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Cold Sand - Fashion Shooting Redazionale

Occupandomi di ritratto la mia più grande ambizione come strumentazione sarebbe il medio formato. Ma effettuando una buona parte delle mie sessioni in esterni in realtà il medio formato digitale si dimostra poco pratico. In molti trovano il giusto compromesso fra resa d’immagine e praticità nel sensore a formato pieno. Pentax con la 645D prima, e la 645z adesso sembra aver proposto una soluzione senza precedenti, e ancora più interessante.

L'idea, la proposta

Per prima cosa chiamo Assia Falanga, stylist e art director, e le propongo di definire meglio quell’idea che avevamo lasciato in sospeso su uno shooting fatto in un ambiente un po’ aspro, quasi desertico, con una ragazza dai tratti africani. Il videoclip di Erykah Badu, Didn’t Cha Know, che mi aveva passato qualche tempo fa, era ottimo materiale di ispirazione. Ho la scusa per portare la 645z a prendere un po’ d’aria, un po’ di polvere e farle fare diverse cose che sono ben lontane dal caldo e accogliente studio. Assia non perde tempo e il giorno stesso in cui glielo propongo mi mostra un disegno di un vestito che ha in mente.
Definita una linea editoriale e creata una moodboard, è ora di metter su il resto della crew. Ci sono infinite possibilità sulle collaborazioni: Napoli è gremita di figure molto preparate nel settore della moda, e per prima cosa bisognerà restringere il campo a:
• una modella che rispecchi il nostro mood, e pertanto daremo priorità ad un bel viso e ad un’esperienza degna di nota per essere in grado interpretare il tutto
• una make-up artist con inclinazioni creative, che abbia dimostrato già in precedenza di saper giocare su combinazioni di colori audaci ma coerenti
• una hair stylist versatile perché non disporremo di corrente elettrica, e che sappia restituirci un’idea “vintage afro” che possa partire dagli anni ‘70 per arrivare ai giorni nostri
• un fotografo che… no, quello sono io.

Ristretto il campo prima alle figure più pertinenti, poi a quelle disponibili in data e luogo, abbiamo in ordine di elenco, Joanita Vanigga Soares, Laura Latempa e Naomi Liccardo. Ed ovviamente avrò il supporto dei miei “soci” Michele Errichiello e Riccardo Marchese in tutta la fase di produzione, che altrimenti richiederebbe il doppio o il triplo della fatica. Riccardo si occuperà in special modo del video di backstage.
Sopralluoghi alla location, indumenti da preparare (anche qui, competenza di Assia), props da reperire (mi piacerebbe l’idea di una poltrona in mezzo al nulla, e mi piacerebbe spolverare il mio didgeridoo), confronti e consultazioni sui look da adottare. Saranno 4 look differenti.
Il mood si intitola Cold Sand ed avrà due anime contrastanti ma complementari: una forte e vigorosa, anche un po’ altezzosa, e una timida e fragile, più introspettiva. Questa impostazione di partenza è importante perché inciderà sulle pose e sul grading (il viraggio, n.d.D.) che effettuerò in postproduzione.

Nella borsa

Cosa porterò con me:
Pentax 645z
smc Pentax-D FA 55/2.8 AL[IF] SDM AW
smc Pentax-A 75/2.8
• smc Pentax-A 150/3.5
• Pentax K-01
• smc Pentax DA* 50-135/2.8 ED [IF] SDM
• Oculare per schermi LCD da 3”
• 2 pannelli riflettenti
• 2 stativi
• Memorie, batterie, pinze

 
 
La 645z arriva insieme con il Pentax-D FA 55/2.8 AL[IF] SDM AW. Insieme con il 75 ed il 150 prestatimi rispettivamente dall’amico Peppe Esposito e da Ottica de Cesare ho tutto quel che serve per la mia giornata di shooting. Le ottiche serie A sono ottiche vintage con baionetta Pentax 645, rimasta invariata sulle nuove medio formato digitali. Ciò significa che la retrocompatibilità è totalmente garantita e senza necessità di adattatori. Questi obiettivi supportano tutte le modalità di esposizione automatica ma sono a fuoco manuale. Nulla che mi spaventi, la 645z oltre ad avere un mirino ampio, supporta il live view con focus peaking: non sbaglierò un colpo nemmeno focheggiando manualmente. A supporto per le foto di backstage ho portato con me la mia fidata mirrorless K-01 con il mio zoom tele preferito. Considerando che saremo in esterni sotto al sole potrei avere problemi nella revisione per via del cielo riflesso e della forte luce presente in ambiente. Un oculare mi permetterà di isolare lo schermo LCD della macchina dalla luce esterna e rivedere i miei scatti più efficacemente. Gli stativi mi serviranno per metter su un guardaroba provvisorio, dove appoggiare gli indumenti per la modella.
 
Lo shooting

Appuntamento alle 9 di mattina. Per le 10 dobbiamo avere iniziato con trucco e parrucco in location.

 


A fine novembre non è semplice trovare una giornata serena, ma ce l’abbiamo fatta. Il cielo è terso e mi offre delle condizioni di luce variabili, che necessiteranno ogni volta di una gestione differente dell’esposizione. A volte ci sarà sole diretto, a volte risulterà velato dalle nuvole. Non mi preoccupa neanche l’orario in cui scatteremo: essendo prossimi al solstizio invernale il sole è piuttosto basso anche a mezzogiorno.
Ho portato i props che mi ero ripromesso, ecco il primo. Lo suonerò in segno di buon augurio.




Tornando seri, tiriamo fuori la 645z dallo zaino. Come batterie monta le D-Li90, le stesse della mia K-5, in questo modo posso utilizzarle indistintamente su tutte le fotocamere di cui dispongo, compresa la 645z. L’interfaccia dei menu e il tipo di controlli si presentano molto simili a quelli della K-3. Qui abbiamo qualche pulsante in più, come il bracketing ed il selettore a scatto per la modalità esposimetrica. La disposizione è diversa, adattata alla maggior superficie offerta dal corpo più grande.
Riesco ad impostare lo scatto con la stessa velocità e praticità della K-3. È vero che sono abituato al sistema di controlli delle Pentax, ma è anche vero che in passato ho messo le mani su altre medio formato di altri marchi e nessuna mi ha restituito la sensazione di “lasciarsi maneggiare” come una semplice reflex, come la 645z.
Tempi, diaframma, sensibilità, bilanciamento del bianco e via dicendo. Resto affascinato dal nuovo multi white balance implementato nelle Pentax più recenti. Tuttavia oggi l’unica cosa che lascerò automatica sarà l’autofocus del D FA 55, il resto sarà completamente sotto il mio diretto controllo, e il bilanciamento del bianco resterà su daylight per avere un riferimento fisso da cui partire in postproduzione.


 


Dopo circa un’ora di preparazione, la modella è pronta per posare. Il look di Joanita mi fa sentire nel cuore dell’Africa, quella delle tribù e dei villaggi autoctoni. Ci vuole pace e spiritualità.
La prima posa: un controluce su una discesa. Situazione azzardata anche per il 55, ma la 645z riesce ad agganciare il focus anche con un contrasto così esasperato, ed il risultato sebbene risenta di qualche flare risulta utilizzabile. Decido di sottoesporre per conservare le informazioni su cielo e nuvole, confido nella gamma dinamica del sensore CMOS della 645z per recuperare successivamente, e non di poco, le ombre. E sembra che abbia fatto bene i conti.
Non avevo mai lavorato finora con Joanita, resto piuttosto sorpreso dalla sua capacità di interpretare rapidamente quel che voglio dire nel mio scatto, e mi racconta che ha fatto una scuola per modelle. Nulla succede per caso.


 



Nella seconda posa ricerco qualcosa che si avvicini ad una silhouette ma che mantenga leggibile ciò che è in ombra. Joanita farà cadere un lembo del tessuto che indossa e congelerò la sua caduta in vari istanti con una raffica. La 645z ha una raffica di 3 scatti al secondo, un record per una medio formato ed una caratteristica che proprio adesso mi torna utile.



 

Mezzi busti e primi piani, il 55 cede il posto al serie A 150, insieme con il suo focus manuale. Desidero sfocare il più possibile lo sfondo, pertanto lo utilizzerò alla massima apertura e con un tele ad f/3.5 su medio formato non puoi permetterti il minimo margine d’errore. In questo caso il live view combinato con il focus peaking è una grande soluzione, anche solo per prenderci la mano con il fuoco manuale. Lo schermo LCD reclinabile mi permette di scattare in posizioni più comode rispetto al tenere la 645z con il 150 montato come se fosse uno smartphone… perché il peso non è esattamente lo stesso.

 


Dopo aver costretto la malcapitata Joanita ad una camminata tutt’altro che facile nell’erba alta, è il momento di un veloce primo piano per apprezzare i dettagli del trucco, e passare al secondo look.

 


Questa volta ci avviciniamo maggiormente al concept 70s afro (in stile Diana Ross per intenderci), ed è il momento di esporsi maggiormente, mostrare più audacia e aggressività, ma anche più fragilità, in contrasto con l’austerità avuta sinora. Il trucco più colorato di Laura e la scelta di Assia di utilizzare un cappotto mi suggeriscono la voglia di uscire dagli schemi.
Joanita si siederà in modo informale, ammiccherà e farà l’altezzosa. Il campo normale datomi dal 55 mi darà il giusto compromesso fra arti del corpo proporzionati e slancio delle gambe. Il cappotto qui non è solo un indumento ma qualcosa con cui “giocare”.
Data la focale corta, focheggiare sul viso con il punto centrale e ricomporre successivamente l’immagine potrebbe alterare il piano che intendevo mettere a fuoco. In questo caso i 27 punti di messa a fuoco mi tornano utili per ottenere il focus nella zona che mi interessa e modificare la composizione il meno possibile dopo.
L’anima forte c’è, è il momento di quella fragile, e mai come in questo scatto ci avviciniamo a Erykah Badu. Il cappotto va via, va via anche il caldo. Resta solo il freddo del pietriccio e una donna che è stata messa al tappeto e che riflette.

 



Stiamo per passare al terzo look. Prima di continuare è il caso di revisionare un po’ gli scatti insieme alla crew. Sembrano tutti contenti dei risultati finora ottenuti, tutto è al posto giusto e non sembra esserci trucco, capelli o vestiti da rivedere nelle foto finora fatte. Prima di continuare è anche il caso di prendersi mezz’ora di pausa per il pranzo e poi riprendere il tutto a pieno ritmo.





Ora i toni divengono molto colorati. L’idea resta vintage, il trucco inizia ad essere più appariscente. Joanita almeno stavolta non starà scalza. Il sole inizia ad abbassarsi.
Data la mia abitudine nello scegliere fra “A o B” rispondendomi “entrambi”, decido di sfruttare le tonalità degli indumenti di Joanita sia armonizzandole in un contesto leggermente più colorato, sia facendole risaltare davanti a cromatismi meno variegati. Con questa acconciatura più elegante sarebbe un peccato non mettere il collo in bella mostra, e dargli il giusto peso in qualche posa.

 

 

E poi arriva il momento del didgeridoo. Inserire un elemento di origine australiana in un contesto che finora strizzava l’occhio più all’africa è come camminare su un filo sospeso fatto di stravaganza e giù dal quale di cadrebbe miseramente nel kitsch, ma correrò questo rischio, incoraggiato dalla ridondanza dei colori fra vestito e prop. Vorrei che Joanita lo suonasse, ma nonostante la rapida dimostrazione a inizio giornata è ancora poco chiaro come andrebbe usato, e dunque le spiego in maniera altamente tecnica cosa fare: “ci devi spernacchiare dentro con un lato della bocca, e assumere l’espressione che ora ti mostro”.
Joanita interpreta la cosa alla perfezione, forse anche troppo bene.





La luce inizia a farsi radente, il contrasto fra luce diretta calda ed ombre fredde è divenuto netto. Probabilmente tornerò sui toni freddi e quindi tornerò sugli aspetti più “fragili” della modella. Lei adesso è una ragazza appartenente a qualche tribù che per la prima volta si trova faccia a faccia con uno straniero. Sorpresa, o timidezza, il dubbio se restare o fuggire. Questo deve trasparire. I toni caldi e freddi insieme accentueranno il senso di ambiguità. È importante anche l’uso di una focale che non sia alta, mi interessa particolarmente il fattore vicinanza.





Il sole è basso e la luce inizia a diminuire. Non contento, sono ancora in vena di controluce. Da qui in avanti mi affiderò completamente al supporto di luce datomi da Michele, e al sensore della 645z per il recupero delle ombre in postproduzione.
Joanita guarderà verso l’orizzonte, cercando di scrutare l’infinito e godendosi il tramonto, come una donna che sta dominando la propria terra sorvegliandola dal punto più alto esistente. Useremo prima il didgeridoo, e successivamente… la K-5 II di Michele con il mio 50-135 montato su. La prima foto sarà destinata all’editoriale, la seconda sarà il mio tributo per Pentax.

 

 

Il recupero ombre in postproduzione ha funzionato egregiamente, e non abbiamo ancora finito: la luce sta andando via del tutto, abbiamo fretta di fare l’ultima posa che poi sarebbe il pezzo forte dello shooting. Confidando nella celerità di Laura e Assia, mi auguro di avere Joanita truccata e vestita in tempo utile, nel frattempo preparo la scena posizionando la poltrona su una duna che speravo fosse più pulita, invece è gremita di erbacce: gestirò anche questo imprevisto in qualche modo. La modella è in ombra davanti a uno sfondo tutto sommato luminoso, lo scatto come uscito non mi convince moltissimo, ma per conservare le informazioni sul cielo non avevo altra scelta sull’esposizione, e non ho avuto il tempo materiale per montare un flash. Lavorerò un po’ di più in postproduzione, ed è una fortuna che oggi stia usando questo gioiello di fotocamera, altrimenti il risultato finale non sarebbe certo stato così riuscito.





Con la poltrona abbiamo concluso, possiamo smontare tutto e andarcene.


Conclusioni

 
Congratulazioni alla crew che mi ha accompagnato nell’avventura di oggi, congratulazioni alla nuova medio formato marchiata Pentax che si è lasciata utilizzare come utilizzerei una K-3, senza darmi quel senso di soggezione del tipo “hey, io sono una macchina importante, leggiti queste 500 pagine di manuale e poi forse posso considerare l’idea che tu mi metta le mani addosso!” che altre fotocamere costose in qualche occasione mi hanno fatto percepire.
È però vero che si tratta di una fotocamera pensata per determinati utilizzi, e generalmente richiede una certa consapevolezza del suo comportamento e di quello che produce. 51 megapixel sono molti per gli attuali standard di amatori e di una buona parte dei professionisti, e processare tali file RAW richiede un computer di fascia medio-alta. In Photoshop lavorando a più layer ho sentito spesso il limite dei miei 12gb di RAM. Inoltre, specchio e otturatore creano delle vibrazioni rilevanti e il rischio di micromosso è dietro l’angolo, ed è questa una cosa che mi porta rapidamente a dedurre il perché di un’apposita manopola di mirror up per il sollevamento preventivo dello specchio prima dello scatto, situata nei pressi del pentaprisma.
Grazie al doppio slot ho montato due SD card: nella prima ho salvato i RAW per me, nella seconda le stesse foto in JPEG a dimensione ridotta, da poter cedere seduta stante alla art director per selezionare gli scatti che reputa più idonei e comunicarmeli per iniziarne la lavorazione.
Oggi ho fatto più di uno strappo alla regola facendo affidamento a dei RAW lavorabili in modo così agevole, ma in cuor mio so che non è il caso di farsi viziare dala bontà di questo sensore e che gli interventi in postproduzione per “sopperire” a delle mancanze in fase di scatto devono sempre e solo restare eccezioni. Comunque, stavolta mi è andata bene.





Ringraziamenti


Michele per le foto di backstage
Loredana per la poltrona
ViMagazine per la pubblicazione dell’editoriale, visibile qui.
 
 

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Commenti
alessandromas Belle foto. Complimenti al fotografo e alla modella. Buona la macchina.
2 mesi fa