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La fotografia naturalistica a distanza ravvicinata e in macro

Guido Sardella lavora per l’Oasi Ghirardi del WWF. Lavora forse non è il termine più adatto: francesi, spagnoli e siciliani lo chiamano travaglio. Travaglio è anche un termine per identificare il momento che precede il parto: travaglio deriva dal latino tripalium - uno strumento di tortura - e intende comunque una sofferenza, una fatica. Non è il caso di Guido Sardella, che ama quello fa nel suo lavoro, senza fatica e senza sofferenza. Un privilegio? probabile, ma di sicuro non piovuto dal cielo. Volere è potere.


Abbiamo incontrato Guido Sardella perché, sia per necessità di lavoro che per passione si occupa di fotografia. Possiede un corredo Pentax e lui stesso nelle prossime righe ci racconterà perché Pentax. Di certo non per caso. Il suo fotografare non è fin a sé stesso, per lui tanto le fotocamere che le fotografie stesse sono strumenti per un altro fine, quello di avvicinare le persone alla Natura, cercando di far capire alle persone che la Natura va avvicinata, va capita ma mai calpestata, e non solo in senso letterale.
L’Oasi Ghirardi è in Italia, vicino al Passo della Cisa, non ci sono - apparentemente - né piante né animali unici al mondo e magari a rischio di estinzione; non ci sono mandrie di bufali, elefanti in marcia per l’abbeverata, grandi e splendidi predatori, i paesaggi non sono immensi come ad altre latitudini, è tutto apparentemente comune, prati, colline, fiori, boschi, uccelli e animali comuni. Ma a saper guardare, lungo questi prati e questi boschi, si possono vedere migliaia di specie viventi, che proprio perché comuni, proprio perché sempre sotto il nostro naso, non hanno mai destato la nostra curiosità. Eppure sono altrettanto meravigliosi quanto un parco nazionale protetto di rilevanza internazionale. Ma bisogna saper guardare, o incontrare una persona come Guido Sardella che ti insegni a guardare prima, e poi anche a fotografare un certo tipo di Natura.

Il Passo della Cisa

Dalla Lombardia, ci sono due strade per raggiungere l’estremo levante ligure piuttosto che le prime coste della Toscana: attraversando Genova o dal Passo Della Cisa. Da Milano si imbocca l’Autosole, un nastro d’asfalto che corre quasi sempre diritto fino a Bologna; ma nei pressi di Parma si svolta a destra e si entra nella A15, o autocamionale della Cisa. Si segue il letto vasto e ghiaioso del fiume Taro e proseguendo gli abitati si diradano fino a trovarsi in una zona che pare inabitata, tra colline e montagne cariche di alberi fino alla cima.

Mi è capitato spesso di fare la Cisa, per lavoro come per turismo, senza però mai lasciare l’autostrada, ammirando la solitudine e la severità del paesaggio aspettando quasi con ansia la lunga discesa fino a Spezia e al mare. Ma siccome c’è sempre una prima volta per tutte le cose, verso la fine di maggio di quest’anno sono uscito a Borgotaro, per proseguire poi fino ad Albareto e arrivare così alla Riserva Naturale dei Ghirardi, oggi Oasi WWF dei Ghirardi: seicento ettari di prati, boschi e torrenti dove regna sovrana la Natura.
 



L'oasi WWF dei Ghirardi: il "regno" di Guido Sardella

È questo il "regno" di Guido Sardella, che nell’oasi è impegnato sotto diversi fronti, dall’educational fino alla realizzazione dei cartelli segnaletici e didattici che aiutano noi cittadini che non capiamo altro se non il calcestruzzo a farci un’idea precisa di quello che stiamo osservando, sia esso un fiore, un albero o una zona dove nidificano determinate specie di uccelli o dove vivono diversi tipi di mammiferi.

Non c’è molto spazio per entrare in troppi dettagli e non ho alcuna cultura botanica o etologica per entrare in qualsiasi dettaglio. Però voglio parlarvi delle panchine, in legno, disposte sul margine di diversi sentieri, in posizioni strategiche, naturalmente ombreggiate dagli alberi che dimorano intorno e posizionate in modo da "costringere" chi vi si siede a guardare in una certa direzione, dove i prati, o i boschi, o i profili delle colline, creano delle scenografie che lasciano senza respiro: non siamo in Kenya, non vedremo né giraffe né elefanti, probabilmente non vedremo nessun animale - ma loro osserveranno noi - ma basta sedersi per un momento su una di queste panchine, e lasciare che lo sguardo prima, la mente poi, si perdano in questi scenari, in questa natura di pace, per renderci conto che lei, la Natura, è sempre lì che ci aspetta, dipende solo da noi tornare in armonia con lei, e con noi stessi, quindi, alla fine.

Guido Sardella nella natura ci vive, e in perfetta armonia e rispetto. Fotografa sia il regno animale che il regno vegetale, ma con un rispetto assoluto per entrambe le specie viventi: questo significa, per fare due esempi, che Sardella non si avvicina mai a un nido durante una covata. Beh, e cosa succede se ci si avvicina un pochino a un nido? Mica vogliamo predarlo! E invece può succedere che il padre o la madre della nidiata decidano di aspettare a tornare nel nido a imbeccare i piccoli, o ancora che si tengano a distanza per molto tempo, durante il quale un predatore potrebbe impossessarsi delle uova o della nidiata. Anche una foto innocente a un’orchidea selvatica spontanea necessita di una preparazione decisamente inconsueta, perché l’obiettivo finale di Guido, dopo aver scattato in questo caso un’immagine a un fiore, è che tutto rimanga esattamente come lui l’aveva trovato.
Vediamolo allora sul campo, nel vero senso della parola.


Sul campo e nel campo

Uno dice "orchidea" e subito pensa all’epifita, a quei fiori meravigliosi che crescono sugli alberi nelle zone tropicali. Ma esistono anche orchidee terricole o bulbifere che crescono nel terreno; e qui nell’Oasi dei Ghirardi crescono, spontanee e in tale qualità da doversi muovere con circospezione quando si arriva in un punto dove sono cresciute, di norma in diversi esemplari.

Guido Sardella riferisce innanzitutto di molti fotografi che, per nulla rispettosi della natura, strappano o tagliano i fiori per poi posizionarli utilizzando mollette o altro in un punto della scena, posizionando anche un cartoncino nero o di altri colori dietro al fiore per annullare completamente lo sfondo. Un insulto vero e proprio nei confronti della natura, indipendentemente dal fatto che si parli di una specie rara o a rischio estinzione.

Una volta individuato il fiore più interessante, Guido scosta con garbo gli steli d’erba che potrebbero occluderne la visione, ripiegandoli di lato e fissandoli temporaneamente al terreno usando degli uncinetti. Questo è importante da un lato per non rovinare in alcun modo il sito, dall’altro per evitare di facilitare il ritrovamento del fiore da parte dei cinghiali, che disdegnano il fiore ma ne mangiano il tubero, uccidendolo. È una catena alimentare naturale, all’interno della quale Guido non vuole in alcun modo modificare il corso.
Quando il fiore è finalmente sgombro dagli steli d’erba Guido prepara l’illuminazione: non usa però i flash ma, a seconda del tipo di luce disponibile, quindi sole diretto, o sole velato, posiziona vicino al fiore dei cartoncini ricoperti dall’alluminio in foglio che appoggia sul terreno e orienta tra il sole e il soggetto così da illuminarlo con la luce del sole riflessa dall’alluminio, mantenendo in questo modo la stessa temperatura di colore e potendo variare angolo e intensità semplicemente con l’inclinazione e la distanza tra il cartoncino e il soggetto.
A seconda delle situazioni, utilizza un comune ombrellino bianco pieghevole da pochi euro per ammorbidire la luce del sole nelle giornate di cielo sereno, così da poter poi modulare un’illuminazione ugualmente secca e puntiforme come quella del sole usando i cartoncini ricoperti di alluminio; l’ombrellino può anche servire per creare una zona d’ombra dietro al soggetto in modo che il soggetto in primo piano, fortemente illuminato dalla luce riflessa dall’alluminio si stacchi ancora meglio sullo sfondo sfuocato e in ombra, quindi più scuro, così da rendere al meglio anche la saturazione dei colori.

Di norma Guido lavora con la macchina fissata al treppiedi. Anche se scattare su treppiedi non è così agevole, a cominciare dal fatto che appunto bisogna trasportare il treppiedi per tutto lo shooting, una volta che la fotocamera è fissata su treppiedi si potrà innanzitutto scegliere con estrema precisione l’inquadratura, per poi concentrarsi sulle impostazioni di scatto e infine sulla messa a fuoco. Sardella focheggia in manual focus in live view, montando sul monitor un oculare/paraluce con lente di ingrandimento. A questo punto procede allo scatto, o a una serie di scatti, variando di volta in volta il punto di fuoco, piuttosto che il diaframma, o ancora il posizionamento dei cartoncini avvolti nell’alluminio, tutto senza cambiare l’inquadratura ma gli altri parametri di ripresa.
Quando è necessario posizionare in un modo particolare l’ombrellino, per ombreggiare o il soggetto o lo sfondo, a volta Sardella tiene direttamente a mano l’ombrellino, posizionandosi a una certa distanza dalla fotocamera, attivando in queste situazioni lo scatto con il telecomando IR Pentax. Di nuovo, il treppiedi in queste situazioni rimane un accessorio indispensabile.
Inutile dire che Guido sceglie il punto di ripresa più adatto alla scena indipendentemente dall’altezza a cui si posizionerà la macchina rispetto al terreno: se è il caso si posiziona anche a pochi centimetri da terra, sdraiandosi per costruire l’inquadratura migliore.

Certamente il digitale ha i suoi vantaggi, a cominciare dalla possibilità di rivedere immediatamente lo scatto acquisito piuttosto che miglioralo in postproduzione; ma alcune procedure, come la scelta dell’inquadratura, un'illuminazione consapevole e studiata, una perfetta focheggiatura, sono alcune delle azioni che vanno necessariamente eseguite sul campo, prima dello scatto, e che richiedono tempo, fatica e un occhio molto allenato per poter essere attivate simultaneamente nel modo fotograficamente più armonico possibile.


Terminato lo scatto Guido toglie gli uncinetti e riposiziona ogni cosa esattamente come l’ha trovata, facendo anche attenzione a non pestare troppo l’erba, ne' tantomeno i fiori.
Guido non si limita a fare scatti alla flora, ma fotografa molto anche la fauna, sempre con il massimo rispetto possibile per la Natura e le sue creature. Ma sentiamo dalla viva voce di Sardella qualche "appunto di viaggio".


Guido Sardella si racconta.


Le fotografie di animali in genere si fanno nelle oasi palustri dove è facile posizionare i capanni al margine dei corsi d'acqua dove si concentrano gli animali. In ambiente di bosco o di montagna è molto più complicato perché non ci sono dei punti di concentrazione, gli animali si diffondono nell'ambiente in modo uniforme. In questi anni abbiamo cominciato a sperimentare mangiatoie e punti di acqua per attirare gli uccelli, e nei prossimi anni realizzeremo capanni pensati appositamente per questi ambienti.

Dalla *istD sono passato alla K10, poi alla K20 e poi alla K5 a cui sono legatissimo perché c’è stato un immenso salto di qualità nel mondo Pentax anche per i fotografi dedicati alla fotografia naturalistica: io fotografo prevalentemente con i miei vecchi obiettivi per le macchine manuali, che grazie al sensore stabilizzato delle reflex digitali di Pentax diventano così attualissimi. Il mio obiettivo di riferimento è l’obiettivo A * 600 f/5.6, un manual focus a lenti a bassa dispersione.
Tra gli obiettivi attuali ho usato molto il 60/250mm DA* ad esempio per la fotografia degli uccelli in volo, in particolari circostanze, per esempio nelle foto che si fanno dalla barca agli uccelli marini come le berte, piccoli albatros del Mediterraneo: qualcuno mi disse che con una Pentax non ci sarei mai riuscito, soprattutto amici dotati di attrezzature di altri brand, ma è successo il contrario. Sono molto soddisfatto anche del DA 18/135mm come zoom tuttofare, quando si fanno per esempio trekking in montagna come guida e il tempo e l’attenzione da dedicare alle proprie foto è pressoché nullo, senza possibilità di cambiare ottiche o piazzare il treppiede, per me si è rivelato un obiettivo veramente importante.
Ho una affezione molto elevata per le vecchie ottiche, magari vendute e poi ricomprate, come il vecchio Pentax A* 300mm f/4, credo il 300mm più compatto che mai sia stato costruito, insostituibile nei trekking perché ha sempre posto nello zaino, oppure anche il vecchio Pentax K 50mm f/1.2 molto luminoso come obiettivo da ritratto, o anche il contemporaneo FA 77mm f/1,8 Limited, eccezionale anche questo per i ritratti, anche se poi la ritrattistica non è il mio forte.  Ho sviluppato molto più la fotografia di animali, e ritengo feature fondamentali di Pentax il trap focus (o catch in focus come è stato rinominato di recente), che è una caratteristica di tutti i corpi macchina Pentax che fa sì che usando gli obiettivi manuali, con l’AF della macchina, aggiungendo un telecomando a filo si possa creare una trappola fotografica: quando l’animale incrocia il punto dell’autofocus, la macchina scatta automaticamente.

Scherzosamente dico che mando la macchina a fare le foto da sola: io preparo una mangiatoia nascosta, metto la macchina su treppiedi con l’obiettivo focheggiato sul punto in cui voglio che l’animale si metta a fuoco e lascio la macchina per una giornata.
Fotografando in giardino, uso l'alimentatore a rete connesso a una presa in casa e alla fine della giornata vado a ritirare la scheda con i cento/duecento scatti e poi si tratta di scegliere tra le foto quelle che sono fotogeniche. Per alcuni non è fotografia. Ma io cerco il risultato, l’immagine finale è il fine, non il mezzo con cui lo raggiungo.
Sto cominciando ad avere qualche risultato anche con animali meno confidenti, per esempio con i rapaci, uccelli di bosco come il tordo bottaccio, il rampichino, varie specie che nei giardini non si palesano. Non ho ancora acquistato il GPS di Pentax: da un lato utilizzando il flash ho sempre la slitta occupata, l’altro è più un problema etico, fotografando a volte specie rare non vorrei mai che pubblicando su web e non togliendo gli exif dessi involontariamente la traccia anche ad altre persone per trovare questi uccelli. Purtroppo non tutti quelli che diffondono questa passione, assieme al lato tecnico, ai trucchi, diffondono l’etica necessaria per affrontare questa fotografia, il benessere dei soggetti dovrebbero venire prima della necessità fotografica, gente che taglia le orchideeper fotografarle in studio, gente che disturba il nido con i piccoli impedendo ai genitori di portar loro il cibo. Una volta c’erano solo i libri per imparare queste cose, nei libri l’etica era al primo posto, oggi con i forum molti saltano questo capitolo.

La stabilizzazione d’immagine del sensore Pentax è a una cosa importante, io quando posso fotografo col treppiedi perché il treppiede aiuta molto innanzitutto nella composizione, ma il sensore con stabilizzatore in live view ha una feature che consente di decentrare leggermente l’inquadratura per affinare la composizione. Come ho già detto, come guida, mi trovo anche a fotografare nei momenti in cui non posso usare il treppiedi, e in questo il sensore stabilizzato sia con le ottiche nuove che con le ottiche vecchie pre digitali è fondamentale; ho fatto prove e visto che chi ha una mano abbastanza ferma, allenata sulle vecchie macchine, ottiene dei risultati notevoli. Mi interesserebbe provarlo come astro inseguitore.

FluCard: anche questa non l’ho ancora provata, non sono uno di quelli che considera queste cose come prioritarie, ma ne riconosco i vantaggi: quando passerò alla K3 la utilizzerò perché per le inquadrature in macro poter usare il live view su tablet e smartphone permette di avere uno schermo orientabile all’ennesima potenza.
La tropicalizzazione delle fotocamere Pentax e di alcuni obiettivi è fondamentale: mi piace fotografare sotto le nevicate per ore, e quando mi trovo la macchina coperta da uno strato di 20 cm di neve mi basta dare una spolverata al mirino per toglierla e riprendere a scattare, anche a quindici gradi sotto zero.
Fotografo rane e tritoni, torno a casa con la macchina ricoperta di fango che neanche una moto dopo una gara di motocross. Gli dò una passata sotto il rubinetto da cui faccio uscire un filo d’acqua e la macchina torna nuova.

Fotografo per salvaguardare l’integrità del nostro paesaggio e per dimostrare la fragilità del nostro ambiente.
Per risvegliare le coscienze nella salvaguardia dell’ambiente. Più che per i cittadini che non sono abituati alla natura, fotografo per quelli che abitano proprio nella natura e alla fine non vedono veramente in che paradiso vivono. C’è poca coscienza, almeno nell’Appennino, della bellezza e dell’unicità dell’ambiente in cui le persone vivono. Con la fotografia fai capire alle altre persone il paesaggio in cui vivono proprio nei momenti migliori per aprire le coscienze: la fotografia permette di riuscire a vedere con gli occhi di un’altra persona.
E da quando la fotografia è diventata una passione più diffusa, io ho visto che anche qui in montagna, dove la tutela della natura era vista come una cosa da persone eccentriche, molti hanno cambiato idea e hanno cominciato a capire la bellezza del nostro paesaggio in cui vivono.
La fotografia serve per imparare a guardare quello che abbiamo davanti".

Quello che più mi ha colpito sia dell’incontro sul campo che delle chiacchierate con Guido Sardella non è stato l’aspetto tecnico fotografico.
Non si discute sul fatto che un genere fotografico come la fotografia naturalistica necessiti di un corpo macchina solido e resistente all’acqua e agli sbalzi di temperature, un sensore eccellente e ottiche altrettanto di prestigio.
Mi ha colpito maggiormente la tipologia dei vari accessori o minimalisti o autocostruiti con cui Guido riesce a raggiungere una qualità di inquadratura e illuminazione nelle sue immagini da non sembrare neppure realizzate in esterni ma in studio.
Ancora, mi ha fatto riflettere il rispetto con cui Guido si muove nella Natura, facendo attenzione a calpestare il manto erboso il meno possibile, ritornando sui suoi passi quando possibile, e cercando di non alterare neppure di una pagliuzza lo scenario naturale in cui si immerge per fotografare.
Ma ancora, infine, e soprattutto, mi ha colpito il rispetto assoluto che Guido ha nei confronti della Natura, indipendentemente da come si muove quando deve fotografare. Un rispetto molto profondo, costante, una missione di salvaguardia perché anche le prossime generazioni possano bearsi non solo di una specie rara, ma anche e più semplicemente di un piccolo stagno, di uno scorcio di natura tra le colline non devastato da costruzioni o interventi umani.
E anche il modo con cui Guido ha voluto raccontarci questo suo modo di porsi nel confronti della natura, senza reprimende, toni accesi o rabbiosi, ma con un semplice sorriso, una voce pacata, la sensazione di una grande calma e di grande ottimismo, da rivolgere verso noi stessi, innanzitutto.

Perché anche noi siamo Natura.


N.B: Le fotografie e l'experience sono state fatte consapevolmente. Il fotografo si assume il rischio di possibili infiltrazioni d'acqua. Consigliamo di leggere attentamente il libretto istruzioni e comportarsi come suggerito.


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