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Un viaggio al rallentatore

Polvere.
Minuscoli granelli di sabbia mi colpiscono le mani e il viso, coperto da una lunga sciarpa, e tintinnano sulla ghiera in metallo della Pentax che tengo a pochi centimetri dal suolo.

Stiamo viaggiando a poco più di 40km orari ma sembrano molti di più, forse perché sono su un tuktuk, accucciato di fianco al guidatore in trenta centimetri di spazio, con una mano tengo fermo il cavalletto e la Pentax, con l’altra mi reggo a uno dei tubi metallici del telaio di quel trabiccolo, in un equilibrio precario per me e per l’attrezzatura con cui sto filmando il panorama che corre via alle spalle dell’Ape.


 

Dietro di noi ormai in lontananza il fiume Omo, oltre di lui si ergono le montagne del Sudan, e ovunque distese di verde in tonalità che non sapevo esistessero. Ci abbiamo messo quasi due settimane e alla fine siamo arrivati a quel fiume, il nostro traguardo di viaggio: la valle dell’Omo. La culla della vita, dove fu ritrovata Lucy, l’essere umano più antico della storia, e dove noi siamo arrivati con tre tuktuk fra polvere, fango, pioggia, scossoni, ribaltamenti, molte, moltissime persone a salutarci e correre con noi ridendo lungo la strada e poche ore di sonno; le mattine iniziate in piedi sul tetto di una jeep a sistemare cavalletto e camera per riprendere l’alba e le sere terminate con il buio pastoso della notte africana, come unica luce i nostri monitor, che appena chiusi lasciavano spazio ad una stellata infinita, e gli occhi che a poco a poco si abituano e distinguono le sagome del villaggio Hamer in cui abbiamo dormito, i bambini con cui abbiamo cantato intorno alle braci del fuoco, e il nuovo sole che inonda le valli e costringe gli occhi a farsi stretti, a proteggersi da quella bellezza. Con gli stessi occhi stretti a ripararsi dalla polvere ora guardo tutto questo allontanarsi, e penso che non sia la fine del viaggio, siamo solo a metà, ed è stato bellissimo arrivare fin qui, vedere tutto ciò che abbiamo visto per poterlo poi raccontare, e in quei trenta centimetri in precario equilibrio, aggrappato al cavalletto della Pentax incastrato fra il sedile e il telaio del tuktuk penso che non vi sia posto più bello al mondo.

 

 

Sgancio la camera dal cavalletto e senza staccare la ripresa lentamente mi giro verso la strada che ci viene incontro: dalla cima di una collina a perdita d’occhio fino al lungo orizzonte alberi e boschi, e poi distese più brulle con saltuari arbusti e piccoli cespugli di rovi. La strada è ancora lunga, c’è molto da vedere, e penso sia qualcosa di importante da tenere sempre a mente: per quanto abbiamo alle spalle cose incredibili e bellissime ci sarà sempre qualcosa davanti a noi in grado di sorprenderci per la prima volta.

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